Michele, Elena e le olgettine di Gramellini

Nicole MinettiMichele è pm in una città del sud. Elena è una giornalista di Repubblica. (Naturalmente i nomi sono inventati). 

Elena firma quasi seicento articoli in tre anni di collaborazione col giornale, un sacco. Forse si conoscono così, forse lui ne apprezza la professionalità proprio così. Quando lui diventa sindaco la nomina portavoce. Lei è la sua ombra per oltre dieci anni. Dieci anni dopo – dopo dieci anni di lavoro insieme – lui diventa presidente di Regione. E la nomina addetta stampa. È ovvio. 

E invece no – tuona la grancassa. Perché si dà il caso che in questi anni sia nato del tenero tra i due, e allora il bene che si vogliono sbatte contro le «ragioni di opportunità»: è inopportuno – dicono – che lui possa affidarsi a una di cui si fida perché oltre a fidarsi le vuole bene. Perfino giornalisti del calibro di Gramellini, niente meno (ma anche questo nome è inventato), hanno condannato la coppia: se Berlusconi porta in Regione Nicole Minetti – è la tesi – e si squarcia il velo del cielo, allora si deve scudisciare anche il pd Michele.

In effetti la par condicio fila, se non per un dettaglio: che Elena non è un’olgettina. 

Dicono i Cinquestelle: noi invece non nomineremo mai portaborse i nostri parenti. Che banalità: se mio cugino è archeologo e lo porto con me in Regione, questo può essere inopportuno. Ma se ha un master in legislazione regionale? Devo scegliere portaborse sconosciuti e quindi non di fiducia per un incarico fiduciario?

Elena è una giornalista seria e brava. Ma i tromboni sostengono che Michele possa nominare qualcuno di sua fiducia, purché non-le-voglia-bene. Se posssibile la deve odiare. Perché se le vuole bene la nomina è «inopportuna». Se non la odia, che almeno gli stia un po’ sulle scatole.