Crollo a Barletta, arrestate quattro persone
C’è un video amatoriale nel quale si vedono gli operai demolire le mura por-tanti dell’edificio del centro storico di Barletta sul quale si poggiava la palazzina crollata il 3 ottobre: morirono quattro donne e una ragazzina di 14 anni. Gli inquirenti definiscono spregiudicati i muratori e raccapriccianti le immagini.
Sta qui la chiave della inchiesta per disastro colposo, omicidio colposo plurimo e lesioni che ha portato ieri all’arresto di Salvatore, Andrea e Giovanni Chiarulli, responsabili dei lavori, e Cosimo Giannini, proprietario dell’immobile demolito. «Una tragedia evitabile», afferma il procuratore di Trani, Carlo Maria Capristo, che ha costituito da subito un pool interforze per definire le indagini quanto prima.
Il gip valuterà ora quali provvedimenti adottare per i quattro tecnici comuna-li allertati per le crepe apertesi nelle pareti dopo la demolizione e ora indagati per condotte omissive.
© Libero del 4 dicembre 2011
Vecchioni scopre la Cassa del Sud
Il sud è bello e va valorizzato, i giovani sbagliano a emigrare, il domani appartiene a loro, devono sognare. «Sogna, ragazzo, sogna». Il futuro è nelle mani del sud e delle donne. Quanto lo paghi un monsieur de Lapalisse come questo?
A Bari, per qualche truismo e quattro canzoni durante un convegno organizzato dal Comune e da Legambiente, Roberto Vecchioni ha preso 5mila euro, «le spese vive per il viaggio» scrive il sindaco Michele Emiliano su Twitter. Un viaggio in astronave.
Il Cantaprof lo ha capito: il sud va munto. «Se Napoli vuole una garanzia di qualità e onestà chiami me», ha detto per spiegare il compenso da 220mila euro che pretende da Giggino De Magistris: «Ho un plafond da cui non posso scendere». Se non altro in Puglia s’è accontentato. E per finire, ha cantato pure “Luci a San Siro”, un manifesto: «Scrivi canzoni, più ne scrivi, più sei bravo e fai dané». Sì, pagami ancora, amore.
© Libero del 2 dicembre 2011
Cosima e la figlia Sabri a processo per omicidio. Zio Miche’: sono stato io
Cosima Serrano e sua figlia Sabrina Misseri dovranno rispondere dell’omicidio della quindicenne Sarah Scazzi, figlia di una sorella della prima, cugina e «rivale in amore» della seconda; zio Michele Misseri invece, di concorso in soppressione di cadavere, furto del telefonino di Sarah, danneggiamento degli effetti personali della ragazzina, seguito da incendio.
Lo ha deciso ieri il gup del tribunale ionico, Pompeo Carriere, rinviando a giudizio le due donne anche per sequestro di persona, soppressione di cadavere, furto aggravato. La Corte di Assise di Taranto dovrà giudicare anche altri sei indagati: Cosimo Cosma e Carmine Misseri, il nipote e il fratello di Michele, per averlo aiutato a nascondere il corpo di Sarah; l’avvocato Vito Russo, ex difensore di Sabrina, per favoreggiamento e intralcio alla giustizia; di favoreggiamento infine risponderanno Antonio Colazzo, Cosima Prudenzano e Giuseppe Nigro, cognato, suocera e amico di Giovanni Buccolieri, il fioraio avetranese che disse di aver visto Cosima costringere Sarah a salire a bordo della sua auto, salvo poi ritrattare due giorni dopo dicendo di averla sognata, quella scena.
Si è chiusa così la fase dell’udienza preliminare per l’omicidio avvenuto ad Avetrana il 26 agosto dello scorso anno. Il gup ha creduto alla ricostruzione della Procura per la quale Sarah sarebbe stata uccisa al termine di una lite con Sabrina, che le contendeva le attenzioni dell’amico Ivano. Zia e cugina l’avrebbero strangolata con una cintura, poi avrebbero gettato il cadavere in un pozzo in contrada Mosca aiutate, tra gli altri, da Michele. Il quale ieri all’uscita dal tribunale, ha ribadito la sua versione, l’ultima di una lunga serie: «Me l’aspettavo – ha detto – ma sono io il colpevole, lo dirà fino alla fine, questa è la verità». E ha insistito: «Non ci sono prove né su mia figlia né su mia moglie».
Secondo Misseri se la Procura avesse sequestrato il compressore che era nel garage a novembre 2010, avrebbe trovato le prove della sua colpevolezza: «Ma lo hanno preso ad aprile-maggio scorso – ha spiegato – e le prove se c’erano sono state tutte cancellate».
Certo è che nel corso di questi quindici mesi anche le ipotesi della Procura sono state diverse e non sempre compatibili tra loro: Sabrina, per dire, è in carcere perché «complice del padre», si legge nella prima ordinanza, e non della madre. Restano poi da chiarire anche altre circostanze: Michele sostiene di aver assunto farmaci che gli avrebbero fatto perdere lucidità, il giorno in cui chiamò in correità Sabrina (i sanitari del carcere lo escludono). Ma in una intercettazione con una nipote Misseri, dice chiaro di essersi autoaccusato soltanto per coprire la figlia.
Al fascicolo mancano prove schiaccianti e testimoni credibili: il Ris dei carabinieri non ha trovato tracce di Sarah sulle oltre cinquanta cinture sequestrate, per cui manca l’arma del delitto, né ce ne sono nell’auto con cui Cosima l’avrebbe riportata a casa dopo la lite con Sabrina per ucciderla, né in garage, né sulla corda che Misseri avrebbe usato per calarla esanime nel pozzo.
Lo scorso 2 ottobre, la Cassazione ha parlato di «processi virtuali paralleli» e di «circo mediatico senza precedenti», intorno a questo omicidio. Il processo, quello vero, comincerà invece il 10 gennaio prossimo.
© Libero del 22 novembre 2011
Quella volta che Gabriella disse: non chiamatemi showgirl
Quando nel 2001 Gabriella Carlucci decide di candidarsi, la notizia viene accolta da qualche polemica, e qualche sberleffo. «La showgirl che scende in politica» titolano i giornali, «la showgirl calata dall’alto» per una candidatura in Puglia. «Non è affatto vero – protesta lei – sono in politica dal 1994, nel ’96 ho avuto il primo incarico in Forza Italia e dal ’99 sono responsabile nazionale del dipartimento Cultura e Spettacolo del mio movimento».
Le critiche però continuano, anzi s’inaspriscono. Così il 19 aprile convoca a Bari una conferenza stampa: vi proibisco di proseguire a affibbiarmi quell’etichetta, dice ai giornalisti. E proprio in quel momento squilla il suo cellulare. Suoneria: “Circus Theme”. Applausi.
Crolla l’arcata di un palazzo, tragedia sfiorata a Barletta
Cinque vite spezzate, una delle quali era di una quattordicenne. Tanto sgomento, tanto clamore, tante polemiche. Passa un mese e la cronaca restituisce la sensazione che il tempo sia passato invano, perché se alla vigilia del trigesimo di quelle morti un altro edificio sta per crollare più o meno allo stesso modo e soltanto per poco si è evitata una tragedia perfino più rovinosa e in dodici vengono allontanati da una palazzina poggiata su un pilastro sbriciolatosi chissà da quanti giorni, tutto questo significa che ancora poco o nulla è stato fatto di quanto promesso dopo i funerali.
A Barletta la situazione di immobili vetusti, pericolanti, sostanzialmente inagibili non è cambiata. In via Palestro, a seicento metri dall’edificio di via Roma crollato il 3 ottobre scorso causando la morte di quattro operaie di un laboratorio tessile e della figlia adolescente dei titolari dell’opificio, un palazzo di due piani è stato evacuato dopo che alcuni residenti si sono accorti che una delle arcate aveva ceduto.
Al termine del sopralluogo i tecnici comunali hanno parlato di «situazione di pericolo immediato» e hanno sgomberato le quattro famiglie che lì risiedono: se non è crollato anche quello stabile, una costruzione della fine del 1800, è soltanto perché i palazzi attigui lo sorreggevano. Al disotto del pianoterra era stata realizzata una cisterna per la raccolta delle acque piovane, l’equivalente di quattro vani sormontati da altrettante volte a crociera con al centro il pilone che ha ceduto. Un caso, o la Provvidenza, ha consentito di evitare il peggio. La palazzina è stata puntellata e la cisterna è stata riempita di cemento dopo lo svuotamento dell’acqua che vi stagnava.
Il sindaco, Nicola Maffei, ingegnere, chiede che siano i cittadini a vigilare, a «osservare attentamente i propri palazzi» per allertare «con prontezza le autorità». Quasi che per la palazzina crollata a ottobre questo non fosse avvenuto: sembra non ricordare, il primo cittadino, che tre giorni prima del crollo i tecnici comunali erano stati avvertiti delle profonde crepe che si erano aperte sulle pareti, di un cedimento del pavimento che aveva reso difficile l’apertura della porta di ingresso degli appartamenti. Si erano sentiti rispondere che era venerdì e prima del lunedì successivo non sarebbe stato possibile fare altro che attendere. Invece fu il dramma.
Altro non dice, Maffei, se non che costa caro mantenere in albergo le famiglie che hanno perso la casa in quel crollo. Come se il problema fosse questo e non il fatto che a distanza di cinque settimane il Comune non sia riuscito a trovare per loro una sistemazione diversa.
Le uniche novità di rilievo vengono dalla Procura di Trani, che all’indomani della tragedia aveva iscritto nel registro delle notizie di reato alcuni dirigenti e funzionari dell’Ufficio tecnico del municipio e i responsabili dei lavori all’epoca in corso di esecuzione nel cratere lasciato dalla demolizione di un edificio adiacente. L’autorizzazione a eseguire lo sgombero delle macerie non prevedeva la possibilità di proseguire l’opera di abbattimento anche delle travi rimaste in sesto: probabilmente è stata proprio la distruzione di queste a causare il crollo della palazzina.
Il pm Giuseppe Maralfa procede con cautela in attesa dell’esito delle perizie tecniche disposte per accertare le cause del disastro, per verificare se fossero legittime le procedure urbanistico-edilizie di autorizzazione del cantiere, per accertare insomma se quelle cinque morti potevano essere evitate. Pare acclarato invece che le quattro operaie fossero assunte a nero, senza un regolare contratto e pagate meno di 4 euro l’ora con turni anche di quattordici ore.
Sul fronte della prevenzione è ancora una iniziativa della Procura a assicurare i primi risultati: la task force voluta dal procuratore capo, Carlo Maria Capristo, per eseguire verifiche a tappeto sugli immobili a rischio ha portato allo sgombero di una quindicina di edifici all’esito di un monitoraggio commissionato all’Ufficio tecnico del Comune e alla polizia municipale. Tra gli immobili dichiarati inagibili anche una scuola materna comunale.
Domani sarà a Barletta il capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Il giorno dopo il crollo aveva parlato di «inaccettabile ripetersi di terribili sciagure, laddove si vive e si lavora». Chissà che cosa proverà quando gli diranno che un’altra tragedia stava per verificarsi ancora.
© Libero del 3 novembre 2011
Michele Emiliano: «Pensano al Cav e non ai criminali»
Nel 2004 Michele Emiliano era pm antimafia. La Sacra corona procurò un bazooka per finirlo. Uno così non le manda a dire. Neppure quando si tratta dei suoi ex colleghi della Procura di Bari: «Non è ammissibile che vicende politiche e politico-giudiziarie collegate al coinvolgimento degli uffici giudiziari baresi nelle vicende del premier Berlusconi distraggano il presidio investigativo della città nel pieno di una recrudescenza mafiosa».
Non può smentire: lo ha scritto su Facebook.
«Intendevo dire che le indagini su Tarantini, le polemiche collegate, l’intervento del Csm, le contrapposizioni tra magistrati non devono colpire la qualità e la continuità della lotta alla criminalità. Ho scritto anche che c’è una situazione disastrosa che riguarda le forze dell’ordine, i fondi e i mezzi a disposizione. Non è colpa dei magistrati. Ma dico la verità…».
Prego.
«Sono tre anni che le indagini su Tarantini stanno facendo danni incalcolabili alla città di Bari. E all’interno degli uffici si sono create contrapposizioni che devono essere immediatamente superate perché altrimenti il rischio è grosso».
Contrapposizioni politiche?
«Quando c’è la politica di mezzo le tensioni salgono alle stelle. Ci sono state molte fughe di notizie, i rapporti tra magistrati sono diventati più difficili. Se non ci fosse stato un indagato eccellente come Berlusconi, tutti questi guai non li avremmo passati. E questo distrae: a Bari come altrove il consumo di cocaina è alle stelle, tira cocaina gran parte classe dirigente e così diventa ricattabile, anche se nessuno sembra interessarsene».
Parliamo di politica. Lei ha detto che in casa pd è in corso una «guerra Bersani-Renzi senza contenuti politici: solo lotta di potere».
«Stiamo dando l’immagine di un partito che somiglia a un bar. Dalla convention di Renzi e devo dire anche dall’incontro di Bersani non potevano uscire suggerimenti politici, perché nessuno ne ha l’autorità senza prima concordare le proposte con la coalizione. Entrambi parlano come se dovessero prendere domani in mano il Paese, e invece noi non siamo pronti: ci sono troppi leader e ci sono anche i presunti leader, quelli che si autoproclamano e fanno soltanto promozione personale».
Bersani è preoccupato di Renzi.
«Renzi non merita tutta questa attenzione».
Quando il rottamatore è partito aveva con sé giovani come Civati e Serracchiani. Ora con lui ci sono Realacci, Giachetti, Gentiloni: età media 54 anni.
«Anche io credevo che volesse costruire con altri un percorso con idee e competenze. Poi ho capito che il suo è soltanto un comitato elettorale, e il Paese non ne ha il bisogno».
Da qualche mese lei sta dialogando con il sindaco di Napoli, De Magistris: «Non possiamo occuparci soltanto dei tombini», ha detto.
«I meridionali non possono più affidarsi soltanto a leadership tutte costruite al nord».
Allude al fatto che per la presidenza dell’Anci il Pd le ha preferito il sindaco di Reggio Emilia? Per il partito poteva essere una occasione per dare un segnale di attenzione al Sud.
«Magari quella fosse stata una questione politica, è stata una questione molto più prosaica e meno nobile, della quale è meglio non parlare, per il bene dell’Anci. Ma posso essere anche più chiaro».
Prego.
«Di Anci non si parla già più: è fuori dalla fotografia italiana. Io volevo proporre un progetto nel quale i Comuni diventavano il luogo principale in cui costruire il futuro del Paese. Oggi l’Anci non fa politica, gestisce qualche milione di euro. Che peraltro viene dal Governo e quindi poi diventa complicato criticare chi ti finanzia».
© Libero del 2 novembre 2011
Fini parla, gli altri no. Ecco il metodo Floris
Il leader fli pontifica 25 minuti e viene stoppato solo tre volte. Alla Gelmini la metà del tempo e record di interruzioni
Se al martedì sera ti tocca Ballarò, devi trovare qualcosa per ingannare l’attesa che finisca: le puntate seguono il solito schema, ospiti-cliché, un paio a destra, altri due a sinistra, il professorone, il giornalista e poi a rotazione un imprenditore, un professionista, un sindacalista. Pure i servizi sono fatti con lo stampino con le musiche sempre uguali, la “Piovra”, il sempreverde Libertango di Piazzolla.
Prendiamo allora taccuino e cronometro per capire il metodo Floris: com’è che fa sembrare dementi alcuni e geniali gli altri, sbilanciando la puntata tutta da una parte senza troppo apparire un Santoro? Ospiti: Nichi Vendola e Gianfranco Fini a sinistra, di fronte i ministri Gianfranco Rotondi e Mariastella Gelmini. In mezzo l’inossidabile Giovanni Floris, da nove anni fedele a se stesso, non ci crederesti che ha fatto l’animatore nei villaggi turistici in gioventù, come Fiorello.
Va a finire che in due ore di trasmissione Fini parla per 25 minuti e mezzo in sette interventi; anche Gelmini parla sette volte ma per 13 minuti lordi, Vendola sbrodola per 12 minuti e 50 ma concentrati in quattro pistolotti filati, Rotondi fa un cameo da quattro minuti divisi in due interventi, parla meno pure degli ospiti non politici.
Al presidente della Camera, che era al debutto da leader di partito in contraddittorio, non più soltanto in rvm, Floris concede interventi da cinque minuti, contro ogni regola televisiva. È il metodo Floris: fa Perry Mason quando parla Gelmini, interrompendola regolarmente dopo 20 secondi, poi dopo 14, perfino dopo 4 secondi. In 3 minuti e 20 la interrompe undici volte, più che un ragionamento le fa fare singhiozzi.
Domanda a Vendola sulla crisi: Nichi comincia col «gioco dell’oca», «il girone dei perdenti», «il tema del declino che diventa l’inquilino scomodo di tutte le famiglie», allude alle spese del premier per i cosmetici e così il conduttore si incarica di rendere esplicita la battuta. Ilarità. Per un minuto e 40 declama aulico dichiarazioni di Berlusconi e Floris lascia fare, quasi assistesse a una pièce teatrale. Il governatore chiosa: «È un po’ comico che siamo un po’ alla frutta e si sventoli il tricolore». Cioè? Boh, applausi sulla fiducia.
Fini parla liscio. Dopo un minuto e 16, Giovanni biascica un «sì», poi lo lascia tranquillo per altri 205 secondi, accenna timido a una domanda su «cosa manca a questo governo» e giù un altro minuto e 24.
Mariastella vuole replicare: Floris le si mette vicino e incalza, «Ministro, ministro», «Aspetti, parliamo tutti», «Mi dica una cosa», «Non abbiamo tempo, poi c’è la pubblicità», ma mancano cinque minuti agli spot, le si accavalla per programmare ad alta voce il seguito del programma. Gelmini fa quel che può, il tappeto a ciò che Floris ha da dire.
Gli animi si surriscaldano, gli ospiti se le rinfacciano, Giovanni difende Fini, interrompe Rotondi che prova a far sapere che c’è, poi il presidente va di prepotenza: «Vogliamo parlare un attimo di economia? Sembriamo il bar dello sport». Giova fa una battuta sull’ottimismo di Silvio, ma Fini rimbrotta: «Non è che possiamo metterla in burletta» e Floris scompare.
Il presidente ha alle spalle un quarantenne calvo. Dopo un’ora lo spostano, meglio una ventenne bruna, tutta risate, fossette e «bravo, bravo» per Gianfri suo. Anche stavolta il metodo ha funzionato. Alé.
© Libero del 27 ottobre 2011
Vendola si crede Berlusconi: «impedimento legittimo» per non andare in tribunale
Corsivo pubblicato su Libero del 27 ottobre 2011 col titolo “Nichi l’impedito”
Sarà che sta facendo le prove generali da candidato premier. Certo è che pure Nichi Vendola in tribunale marca visita. Non è legittimo impedimento, è «impedimento legittimo», ma il risultato non cambia: il giudice lo convoca per interrogarlo e lui manda un avvocato a opporre «impegni istituzionali» e propone di far interrogare al suo posto un dirigente della Regione, per delega. Respinta.
Si tratta di una causa intentata da cinque ammalati di cancro che hanno pagato mille euro a testa per fare una Pet-Tac perché in provincia di Lecce non hai scelta, non c’è neppure una convenzione con un centro privato: il Codacons lo ha citato per danni.
Capirai, martedì era a Roma per Ballarò fino alle 23, sarebbe dovuto partire in auto alle 3 di notte per essere alle 9 in Salento. Così ha mandato la giustifica, come a scuola. Il suo staff precisa: «Aveva incontri istituzionali nella sede romana della Regione». Mica a Bruxelles con Barroso come Berlusconi: aveva da fare «incontri riservati». Se aspiri a fare il premier devi allenarti bene.
© Libero del 27 ottobre 2011
Muore a quattro anni, indagati i genitori
La Procura di Lecce ha aperto un fascicolo per omicidio colposo. La vittima non ha neppure quattro anni, li avrebbe compiuti l’11 novembre: Luca, si chiamava. È morto intorno alle 5 di giovedì mattina, in casa a Miggiano, paese di 4mila anime nel basso Salento. Indagati sono i suoi genitori.
Il bambino aveva febbre alta da una ventina di giorni, all’origine forse una gastroenterite virale che gli causava anche vomito, diarrea. Il padre, Marcello Monsellato, 56 anni, è psicoterapeuta e omeopata: lo stava curando con farmaci omeopatici, probabilmente inadeguati. Negli ultimi giorni il figlioletto mostrava segni di miglioramento delle condizioni: aveva perso molto peso, secondo le prime ricostruzioni aveva i capelli radi nella zona occipitale, ma la temperatura aveva cominciato a scendere.
Quello che si sa al momento è il racconto degli ultimi istanti di vita del piccolo per come è stato riferito dai genitori ai medici del pronto soccorso dell’ospedale “Panico” di Tricase, dove Luca è stato portato che era già esanime. Aveva passato la nottata sveglio a causa di una tosse fastidiosa per cui non aveva chiuso occhio. La mamma gli aveva fatto bere una tisana calda al finocchio, di quelle che si danno in genere per facilitare la digestione: magari qualcosa di caldo avrebbe potuto alleviargli le difficoltà respiratorie. E invece pare sia stata proprio quella bevanda a causargli un conato di vomito, qualcosa come un rigurgito, poi il soffocamento e l’asfissia.
Sono stati inutili i tentativi di primo soccorso e disperata la corsa in auto verso il nosocomio, dove il bambino è arrivato cianotico e dall’aspetto complessivamente sofferente, sottopeso, deperito, con ecchimosi sparse per il corpo, i piedi gonfi. Questo attesta il referto dei medici del pronto soccorso, i quali com’è prassi hanno allertato i carabinieri della compagnia di Tricase per gli accertamenti del caso.
Il pm di turno, Alberto Santacatterina, ha disposto l’autopsia per domattina alle 10. Il medico legale Alberto Tortorella è stato incaricato di accertare le cause del decesso del bimbo, dovrà spiegare soprattutto se le cure che i genitori gli hanno dedicato siano state adeguate. Appare strano che si possa morire così, per una patologia peraltro molto frequente ai primi freddi, specie nei bambini di quell’età, che si ammalano a centinaia decimando le classi delle scuole primarie in questo periodo dell’anno.
I genitori di Luca hanno nominato un perito di parte, medico legale anche lui, Roberto Vaglio, che assisterà alle operazioni autoptiche. «Ritengo che l’ingestione della tisana – spiega il dottore a “Libero” – sia stato qualcosa di occasionale, di non determinante insomma». Almeno non al punto da causare da sola la morte: «Un bambino di quella età non muore così, per aver bevuto una bevanda». Non dice di più: «Non ho visto il bambino e ho avuto soltanto un breve colloquio con il padre», si schermisce poi a ulteriori domande.
La sensazione è di trovarsi davanti a una tragedia che poteva essere evitata, se non a qualcosa di più grave. Ed è questo che l’inchiesta della Procura salentina dovrà ora appurare: perché la malattia si sia protratta per tre settimane, quali tipi di cure, quali farmaci e di quale natura, se omeopatica o no, sono stati somministrati, prescritti da chi se non dal papà stesso del bambino, sono soltanto alcuni degli interrogativi ai quali bisognerà dare una risposta. L’ipotesi di omicidio colposo rinvia proprio alla possibilità che ci sia stata negligenza o imperizia, ovviamente da parte di chi aveva la prima responsabilità sulla vita del piccolo Luca, innanzitutto quindi i suoi genitori.
L’interrogativo più inquietante appare naturalmente quello relativo alla possibilità che sia stato l’utilizzo di farmaci omeopatici per curare un bambino di tenera età. Forse dall’alba di giovedì scorso questa è una domanda che pesa drammaticamente anche su Monsellato, medico molto noto nella zona proprio per la prescrizione di questo tipo di terapie.
© Libero del 22 ottobre 2011










