Vendola perde le primarie di casa propria

Chi di primarie ferisce, di primarie perisce. In casa poi. Vendola nella natia Terlizzi ha giocato e perso. Il suo uomo, ex portavoce, Vito Marinelli, giornalista Rai, deejay etnico, nome d’arte “El Muezzin”, s’è fermato a mille voti contro i 1.987 del rivale pd. Perfino dai votanti uno smacco: meno che alle primarie del Pdl. Magari ora dirà di puntare tutto sulle secondarie. D’Alema docet.

© Libero del 20 marzo 2012

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La pm che ha inguaiato Emiliano è la moglie del suo rivale politico

A Bari è cosa nota, ma non ne scrive nessuno. La pm contitolare della inchiesta sulla tangentopoli barese è moglie di Gianrico Carofiglio, ex magistrato, giallista, ma soprattutto senatore del Pd. Come dire che Francesca Romana Pirrelli sta indagando sul partito del marito. Ma va detto meglio: perché sì, Carofiglio è del Pd, ma veltronian-vendoliano, agli antipodi di Michele Emiliano. Quell’Emiliano che nel fascicolo viene citato per il pacco natalizio a base di prodotti ittici ricevuto in regalo dagli imprenditori: abbastanza per farne un bersaglio mediatico a uso e consumo di chi vuol toglierselo di torno, vendoliani in testa.

Non che possa immaginarsi che Pirrelli stia usando il proprio ufficio per fini diversi da quelli di giustizia, ma al netto delle polemiche berlusconiane sul rapporto politica-magistratura, forse i baresi avrebbero il diritto di non sospettare commistioni pericolose.

Che una pm sposata con un uomo del Pd si occupasse di reati contro la pubblica amministrazione quando Comune, Provincia e Regione erano appannaggio del centrosinistra è una anomalia sanata soltanto dall’arrivo del nuovo procuratore capo, Antonio Laudati, che per schiodarla da lì l’ha spostata alla Dda. Ma alcune inchieste che lei aveva avviato le sono rimaste sulla scrivania, e una è questa sugli appalti aggiudicati al gruppo Degennaro.

C’è di strano che ieri un principe del giornalismo come Giovanni Valentini ha intervistato a tutta pagina su «Repubblica Bari» proprio Carofiglio, sotto la rubrica “Sos Bari”. Lo scrittore dice di voler rispondere alle domande «a patto di non parlare di casi giudiziari aperti, per varie e ottime ragioni». Non spiega quali, né lo dice Valentini, campione della schiena dritta: l’ottima ragione è il lavoro di sua moglie, ma al lettore non glielo dicono.

Così, dopo due pagine su Emiliano, le cozze e le ostriche, trovi un Gianrico pensoso che racconta la sua «città controcorrente verso il futuro», una sequenza di banalità finto-poetiche come la crescita culturale di Bari dimostrata dal fatto che «per strada tanti proprietari di cani raccolgono le cacche con la paletta». Letto tutto d’un fiato sembra però un manifesto politico. E infatti pare che Vendola stia pensando proprio al signor Pirrelli per il dopo-Emiliano.

Del resto i coniugi Carofiglio sono amici di famiglia del presidente della Regione: negli anni in cui la Procura indagava sulla sanità del duo Tedesco-Vendola, la sorella del governatore, Patrizia, faceva bella mostra di sé su Facebook con le foto che la immortalavano durante vacanze e serate mondane trascorse accanto a Francesca Romana. Sai che spasso per il centrodestra polemizzare sullo strabismo sinistro dei magistrati. Mancava soltanto l’inchiesta di oggi sul partito di suo marito.

© Libero del 18 marzo 2012

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Il democratico sbaglia? È colpa del Cav

L’epopea del pm antimafia senza macchia e senza paura dell’epoca della sua candidatura a sindaco di Bari sembra offuscata, e tutto per qualche chilo di cozze pelose e ostriche imperiali regalate per Natale da un imprenditore di area Margherita coinvolto nella inchiesta sulla nuova tangentopoli barese. Il Galdiatore lo chiamavano le cronache compiacenti. E ora che a compiacersi sembra siano rimasti in pochi, Michele Emiliano non trova di meglio che invocare una catarsi da post-berlusconismo: «Vero, vent’anni di berlusconismo hanno reso difficile anche per me tenere fuori l’impresa dalla politica», ha detto in un colloquio con la Stampa. Perche anche per un lottatore difendersi può diventare una impresa.

© Libero del 18 marzo 2012

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Latorre e Girone, ritratto di due soldati

LATORRE   Candidato alle Comunali di Taranto, due bauli sempre pronti in garage

Il santino elettorale era già pronto, l’idea era riciclare le foto fatte due anni fa per le elezioni regionali: Massimiliano Latorre in città è noto per il suo impegno nel sociale, trasfuso nel 2007 in una candidatura alle comunali con At6-Lega d’azione meridionale, la lista dell’ex sindaco-sceriffo Giancarlo Cito. Qualche mese fa ha creato un profilo pubblico su Facebook per cominciare in anticipo la campagna elettorale. Chi lo conosce dice che non verrà meno al suo progetto, malgrado quello che gli è capitato.

Una figlia diciottenne, Giulia, avuto da una relazione precedente, e tre figli dalla moglie Rosalba, dodici anni, dieci anni e 19 mesi, il maresciallo è in Marina da un quarto di secolo: centrare l’obiettivo del Consiglio comunale potrebbe significare la possibilità di restare a Taranto, accanto alla famiglia, più tempo di quanto non riesca a fare ora, costretto com’è oggi alla spola con Brindisi, dove i marò hanno la base. E alle missioni.

Non che fosse stanco del suo lavoro: nel box, accanto all’auto, tiene sempre pronti due bauli, tutto l’equipaggiamento per le missioni all’estero. E ne ha fatte, dal Kosovo all’Afghanistan, per ognuna una decorazione al merito appuntate in bella mostra sulla divisa che indossa nella foto del suo profilo sul social network.

Sua sorella Franca e il nipote trentacinquenne Christian non si sono fermati un attimo, mobilitando amici e politici. Lunedì scorso hanno scritto al presidente della Repubblica chiedendogli di non smettere di impegnarsi per Massimiliano. «Il momento più difficile di questi giorni – racconta un amico di famiglia – è stato spiegare al bambino di dieci anni, in lacrime, perché la foto di papà fosse sul giornale.

Gli amici hanno creato un gruppo online, raccogliendo oltre 3mila adesioni: per tutti la richiesta di pubblicare come foto del profilo il simbolo del battaglione San Marco con la scritta “Liberi subito”.
Per Indymedia è «uno dei due vili assassini dei pescatori indiani». Coperto da un nickname eloquente, Bakunin, c’è chi gli dà dello «skifoso, servo fascista». Gli ha risposto Carlo, un cugino di Latorre: «Si deve vergognare chi critica i Marò, ragazzi che affrontano tante avversità, portano pace dove sta la guerra, hanno a casa una famiglia, dei figli ai quali donano amore».

GIRONE   Cominciò da apprendista barbiere, lo attendono moglie e due figli

Hanno chiesto ai carabinieri di evitare che i giornalisti stazionino fuori dal palazzo. E hanno implorato il sindaco di Bari, Michele Emiliano, di portarli a Roma «per parlare con qualcuno, faccia a faccia». I parenti del trentaquattrenne sergente barese Salvatore Girone sono arrivati nel pomeriggio di ieri a Roma per incontrare i vertici dell’Unità di crisi della Farnesina: fin qui il ministero ha assicurato un contatto continuo con i famigliari, ma per telefono, e a loro questo non bastava più. Non si aspettavano però che a ricevei sarebbe stato proprio il capo del dicastero, Giulio Terzi. «Nel volto di questi nostri connazionali – dice Emiliano a Libero – c’è tutta la dignità e l’orgoglio di persone che credono nel proprio Paese, soffrono per il loro congiunto che è lontano da casa per servire la bandiera ma continuano ad affidarsi allo Stato credendo nelle istituzioni».

Vania Ardito, da undici anni moglie del marò, «è depressa, sta male», fa sapere zia Teresa: il rischio di non rivedere “Salva” per altri tre mesi, proprio non riesce a sostenerlo. Quella forte, della famiglia, è Vitamaria Limone, la suocera del militare, che con il marito Michele ha stabilito un quartier generale a Noicattaro, un paese dell’entroterra, una quindicina di chilometri dal capoluogo. Sono loro che aiutano mamma Vania a distrarre i due figli, un maschietto di 9 anni e una femminuccia di 5: sanno che papà sta bene, sta per tornare. «Quando? Perché non chiama?».

Il giorno del matrimonio, lui era in divisa bianca, lei sapeva di aver sposato un militare, sapeva che non sarebbe stata facile, col marito imbarcato. È che Salvatore aveva provato a cercare lavoro in città, come apprendista in un salone da barbiere molto gettonato nel quartiere, ma metter su famiglia «senza un posto» era difficile anche solo da pensare. Ora, quando va in missione, porta a casa duemila euro, altrimenti in patria lo stipendio non supera i 1.600, e pagare il mutuo e tutto il resto diventa un’impresa.
Domenica scorsa Alessandro, il fratello minore di Salvatore, ha linkato su Facebook un articolo tratto da un sito di informazione, “Se i due marò fossero americani e non italiani forse ora sarebbero già a casa”. E ha commentato: «Stato di merda!». Ma era soltanto lo sfogo di un momento, poi lo ha rimosso.

© Libero del 7 marzo 2012

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Fratellini morti per una prova di coraggio? La madre fa riaprire il caso Gravina

«Alla disgrazia non crederò mai», giura a “Porta a porta” Rosa Carlucci ad aprile del 2008, quand’è passato un mese dal ritrovamento dei figlioletti Ciccio e Tore, 13 e 11 anni, in fondo alla cisterna di una vecchia casa padronale del centro storico, a Gravina. Il padre, Filippo Pappalardi, è il sospettato, l’unico dall’inizio alla fine delle indagini. Camionista, faccia e modi da orco, ha il physique du rôle del mostro: la polizia consegna in Procura l’informativa finale che termina con una favola triste che Salvatore aveva scritto in un compito in classe di italiano, racconta di una «grotta della salvezza», della paura che ha avuto a starci dentro mentre tutti intorno sono già morti. Il teorema si chiude così, col bambino che scappa dalle violenze del padre manesco, della convivente del padre, matrigna severa.

Pappalardi passa tre mesi in cella, poi i domiciliari, poi altri sei mesi per attendere che il pm rinunci all’idea di perseguirlo comunque, se non per sequestro e omicidio, almeno per abbandono di minore, seguito da morte.

Ieri la decisione della Procura di Bari di rileggere quegli atti e fare approfondimenti utili a chiarire che cosa è successo davvero la sera di quel 5 giugno 2006. Erano agli atti le dichiarazioni di alcuni amichetti che avevano detto di aver giocato con loro fino a tardi. Testimonianze incompatibili con i ricordi confusi di quell’unico bambino che sosteneva di averli visti invece col papà, intorno alle 21, andar via in auto. Ma Filippo ce li aveva tutti contro, per i modi burberi o perché la mattina dopo la scomparsa era andato a lavoro.
Mamma Rosa non ci ha visto mai chiaro. Prima si è opposta all’archiviazione del fascicolo sull’ex marito, poi ha accusato il Comune e i proprietari dell’immobile abbandonato di non aver evitato il peggio chiudendone gli accessi. Istinti di madre. Infine ha puntato il dito sui compagni di giochi: in molti sapevano, e anche gli inquirenti, che in quelle «abitazioni fatiscenti e abbandonate del centro storico» i bambini andavano a giocare. Facevano la «prova di coraggio» di calarsi nella cisterna, affrontando la paura di trovarsi nella «grotta», per poi risalire.

I sopravvissuti a quella serata di giochi pericolosi all’epoca dei fatti erano poco più grandi di loro, per cui anche la Procura per i minorenni svolgerà le sue indagini. I nomi degli indagati sono sempre stati nel fascicolo: «Perché quei ragazzini sono stati così omertosi e perché i loro genitori li hanno coperti e appoggiati?», chiede oggi Rosa.

Più che una nuova inchiesta, tecnicamente si tratta di nuovi accertamenti che il procuratore aggiunto Annamaria Tosto ha chiesto alla Squadra mobile di eseguire. Ciccio e Tore sono stati ritrovati perché venti mesi dopo la loro scomparsa un altro adolescente, Michelino, cadde nella stessa cisterna: un suo amico diede subito l’allarme e i vigili del fuoco evitarono il peggio. Si sarebbero salvati anche i figli di Rosa e Filippo se chi era con loro avesse parlato.

Questa è la seconda pesante ombra gettata su chi ha indagato: un mese fa, il gip del Tribunale di Bari ha rifiutato l’archiviazione di un altro fascicolo, quello su un presunto falso commesso dalla polizia, una data di verbale corretta a mano, decisiva – così sostenne il pm – per la richiesta di arresto per Pappalardi.

C’è un verbale di giugno 2006 in cui l’uomo riferisce di aver saputo che i suoi figli erano stati visti per l’ultima volta in piazza Quattro Fontane. Cioè a due passi dalla «casa delle cento stanze» in cui furono poi ritrovati. La data però è stata corretta a mano, posticipata di due mesi. Che sia trattato di una manomissione dolosa o di un errore materiale, fu sufficiente a far perdere definitivamente credibilità al padre dei ragazzini. Una vicenda che non potrà rimanere oscura.

© Libero del 22 febbraio 2012

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Nella Puglia di Vendola acqua cara come la benzina

Lo diceva già Gaetano Salvemini che l’Acquedotto pugliese ha sempre dato «più da mangiare che da bere». Non è quindi una novità se l’Aqp, la Spa a capitale interamente della Regione Puglia che ne ha raccolta l’eredità, occupa 2mila persone e dichiara di perdere almeno il 35% dell’acqua che trasporta, mette in bilancio ricavi per 442 milioni di euro, prevede di averne 17 in più quest’anno, altri 15 l’anno prossimo e 13 nel 2014, ma di ridurre la tariffa per i consumatori non ci pensa neppure. Anzi.

Nel biennio 2007-2008 la tariffa è aumentata del 10%, nel biennio scorso è aumentata del 17,5% malgrado nel resto d’Italia la bolletta abbia fatto registrare un calo medio dell’1,2%. A gennaio 2011 la giunta Vendola ha annunciato aumenti di un altro 10% fino al 2014, poi +2% nel 2015. Il bilancio 2010 si è chiuso perfino con 37 milioni di utili, e utili sono previsti anche per l’anno appena trascorso, ma la tariffa continuerà comunque a lievitare. Per il 2012 il ritocco verso l’alto è del 3,9%, come dire che oggi un metro cubo d’acqua pugliese costa 1,60 euro, praticamente quanto un litro di benzina.

Insomma malgrado il referendum abbia abolito la «remunerazione del capitale investito», un ricarico del 7% sulle bollette, e malgrado per quel referendum Vendola si sia speso lungo tutto lo Stivale, a Bari è come se non si sia votato affatto.
A fronte di un costo medio per famiglia che su base nazionale si aggira intorno ai 201 euro, i pugliesi nel 2012 ne spenderanno 290, quasi 200 più dei lombardi, cento più dei vicini della Basilicata. Dice Vendola che investirà per la riduzione delle perdite della rete e che comunque «bisogna evitare di precipitare nei burroni della demagogia». Lui lo dice. Ma allora perché non ai pugliesi non ha spiegato che la tariffa sarebbe aumentata anche dopo il referendum? «Nessuno me lo ha chiesto».

Ci fosse l’acqua in Puglia, vabbè. Il punto è che piove poco, gli invasi di raccolta sono insufficienti e restano vuoti, le tubature fanno acqua e così ogni estate in alcuni Comuni del Tarantino o del Leccese arrivano le autobotti a distribuire razioni di acqua con le damigiane, scene da dopoguerra. Le previsioni dicono che il prossimo autunno la Puglia sarà senz’acqua, l’assessore invita alla danza della pioggia.

È che per Vendola le tasse e le tariffe, una volta aumentate, non calano più, quasi che rappresentino un suo diritto acquisito per consentirgli di spendere a piacimento. Ha creato una agenzia per ogni assessorato e attraverso le società in house aggira le leggi sulle assunzioni e gli appalti pubblici. Salvo minacciare a parole lo «spending review» sulle aziende partecipate.

Il colmo del vendolismo di governo va in scena durante l’ultimo Consiglio regionale, si discute il bilancio. Il centrodestra chiede di abolire l’addizionale sull’accisa della benzina, visto che Vendola si è vantato di avere conti in ordine e un inatteso tesoretto fiscale. Risposta di Nichi: «Accolgo la proposta, ma la sposto avanti nel tempo». A babbo morto. Motivo: se anche togliessimo l’addizionale, i distributori di benzina non abbasserebbero il prezzo alla pompa, quindi tanto vale incassare e spendere. Il resto è demagogia.

© Libero del 6 gennaio 2012

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Crollo a Barletta, arrestate quattro persone

C’è un video amatoriale nel quale si vedono gli operai demolire le mura por-tanti dell’edificio del centro storico di Barletta sul quale si poggiava la palazzina crollata il 3 ottobre: morirono quattro donne e una ragazzina di 14 anni. Gli inquirenti definiscono spregiudicati i muratori e raccapriccianti le immagini.

Sta qui la chiave della inchiesta per disastro colposo, omicidio colposo plurimo e lesioni che ha portato ieri all’arresto di Salvatore, Andrea e Giovanni Chiarulli, responsabili dei lavori, e Cosimo Giannini, proprietario dell’immobile demolito. «Una tragedia evitabile», afferma il procuratore di Trani, Carlo Maria Capristo, che ha costituito da subito un pool interforze per definire le indagini quanto prima.

Il gip valuterà ora quali provvedimenti adottare per i quattro tecnici comuna-li allertati per le crepe apertesi nelle pareti dopo la demolizione e ora indagati per condotte omissive.

© Libero del 4 dicembre 2011

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Vecchioni scopre la Cassa del Sud

Il sud è bello e va valorizzato, i giovani sbagliano a emigrare, il domani appartiene a loro, devono sognare. «Sogna, ragazzo, sogna». Il futuro è nelle mani del sud e delle donne. Quanto lo paghi un monsieur de Lapalisse come questo?

A Bari, per qualche truismo e quattro canzoni durante un convegno organizzato dal Comune e da Legambiente, Roberto Vecchioni ha preso 5mila euro, «le spese vive per il viaggio» scrive il sindaco Michele Emiliano su Twitter. Un viaggio in astronave.

Il Cantaprof lo ha capito: il sud va munto. «Se Napoli vuole una garanzia di qualità e onestà chiami me», ha detto per spiegare il compenso da 220mila euro che pretende da Giggino De Magistris: «Ho un plafond da cui non posso scendere». Se non altro in Puglia s’è accontentato. E per finire, ha cantato pure “Luci a San Siro”, un manifesto: «Scrivi canzoni, più ne scrivi, più sei bravo e fai dané». Sì, pagami ancora, amore.

© Libero del 2 dicembre 2011

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Cosima e la figlia Sabri a processo per omicidio. Zio Miche’: sono stato io

Cosima Serrano e sua figlia Sabrina Misseri dovranno rispondere dell’omicidio della quindicenne Sarah Scazzi, figlia di una sorella della prima, cugina e «rivale in amore» della seconda; zio Michele Misseri invece, di concorso in soppressione di cadavere, furto del telefonino di Sarah, danneggiamento degli effetti personali della ragazzina, seguito da incendio.

Lo ha deciso ieri il gup del tribunale ionico, Pompeo Carriere, rinviando a giudizio le due donne anche per sequestro di persona, soppressione di cadavere, furto aggravato. La Corte di Assise di Taranto dovrà giudicare anche altri sei indagati: Cosimo Cosma e Carmine Misseri, il nipote e il fratello di Michele, per averlo aiutato a nascondere il corpo di Sarah; l’avvocato Vito Russo, ex difensore di Sabrina, per favoreggiamento e intralcio alla giustizia; di favoreggiamento infine risponderanno Antonio Colazzo, Cosima Prudenzano e Giuseppe Nigro, cognato, suocera e amico di Giovanni Buccolieri, il fioraio avetranese che disse di aver visto Cosima costringere Sarah a salire a bordo della sua auto, salvo poi ritrattare due giorni dopo dicendo di averla sognata, quella scena.

Si è chiusa così la fase dell’udienza preliminare per l’omicidio avvenuto ad Avetrana il 26 agosto dello scorso anno. Il gup ha creduto alla ricostruzione della Procura per la quale Sarah sarebbe stata uccisa al termine di una lite con Sabrina, che le contendeva le attenzioni dell’amico Ivano. Zia e cugina l’avrebbero strangolata con una cintura, poi avrebbero gettato il cadavere in un pozzo in contrada Mosca aiutate, tra gli altri, da Michele. Il quale ieri all’uscita dal tribunale, ha ribadito la sua versione, l’ultima di una lunga serie: «Me l’aspettavo – ha detto – ma sono io il colpevole, lo dirà fino alla fine, questa è la verità». E ha insistito: «Non ci sono prove né su mia figlia né su mia moglie».

Secondo Misseri se la Procura avesse sequestrato il compressore che era nel garage a novembre 2010, avrebbe trovato le prove della sua colpevolezza: «Ma lo hanno preso ad aprile-maggio scorso – ha spiegato – e le prove se c’erano sono state tutte cancellate».
Certo è che nel corso di questi quindici mesi anche le ipotesi della Procura sono state diverse e non sempre compatibili tra loro: Sabrina, per dire, è in carcere perché «complice del padre», si legge nella prima ordinanza, e non della madre. Restano poi da chiarire anche altre circostanze: Michele sostiene di aver assunto farmaci che gli avrebbero fatto perdere lucidità, il giorno in cui chiamò in correità Sabrina (i sanitari del carcere lo escludono). Ma in una intercettazione con una nipote Misseri, dice chiaro di essersi autoaccusato soltanto per coprire la figlia.

Al fascicolo mancano prove schiaccianti e testimoni credibili: il Ris dei carabinieri non ha trovato tracce di Sarah sulle oltre cinquanta cinture sequestrate, per cui manca l’arma del delitto, né ce ne sono nell’auto con cui Cosima l’avrebbe riportata a casa dopo la lite con Sabrina per ucciderla, né in garage, né sulla corda che Misseri avrebbe usato per calarla esanime nel pozzo.

Lo scorso 2 ottobre, la Cassazione ha parlato di «processi virtuali paralleli» e di «circo mediatico senza precedenti», intorno a questo omicidio. Il processo, quello vero, comincerà invece il 10 gennaio prossimo.

© Libero del 22 novembre 2011

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